"Non ho voglia di fare niente"

I confini fra pigrizia e depressione

Oggi desidero elogiare il mio attuale sentire: un desiderio del dolce far niente.

Mi sento riscaldata dal pensiero dei pigri, di chi (come me) brama le mattine domenicali in cui poter rimanere sul divano, avvolti in una morbida, calda coperta di lana, protetti dal proprio bozzolo, inermi ad aspettare lo scorrere delle ore, felici di non fare niente di niente...

La pigrizia è un lusso che possono (e riescono) a concedersi in pochi.

Sin da piccoli ci insegnano che dobbiamo essere attivi, raggiungere e creare perennemente nuovi obiettivi: produttività è la parola d’ordine della società moderna. L’effetto di un locus of control esterno, dunque l’attenzione maggiore verso ciò che si pensa possa essere socialmente accettabile, condiziona il nostro modo di agire e anche i vissuti associati al non-agire. 

In questo scenario, la pigrizia rappresenta un peccato capitale e il desiderio di non fare nulla viene soventemente arricchito da sensi di colpa, vergogna e sentimenti di ansia. I pensieri pigri possono essere nascosti per la paura di risultare agli occhi degli altri dei fannulloni, per proteggersi ed evitare di essere bersaglio di giudizi negativi.

Quella della pigrizia è una critica troppo spesso avanzata. Dire “Sei pigro, muoviti..”  non aiuta l’altro ad attivarsi o a capire come mai non riesca a fare quello che vorrebbe o sarebbe tenuto a fare. Piuttosto è importante ricercare il desiderio di quei giorni di assoluta pigrizia e le motivazioni del congelamento dell’azione.

 

Piccoli attimi di pigrizia, come i sopracitati sentimenti domenicali, sono frequenti e comunemente sani: tutti abbiamo bisogno di fermarci, rilassarci e rigenerarci, abbiamo il diritto di staccare la spina, di ascoltare il desiderio dell’ “oggi voglio stare spento” descritto brillantemente in quella canzone, di ribellarci alla frenesia produttiva della società odierna.

Il pigro si spegne, ma perlopiù sa come riaccendersi se vuole farlo. È  tendente a lasciare agli altri il compito di agire e di decidere, ma sa attivarsi spontaneamente se mosso da forti emozioni e passioni. Quasi sempre riesce a lavorare, perché deve farlo! Ciò che non è obbligato a fare (la vita sociale, affettiva, sessuale…) può tacitamente permettere che vada alla deriva.  

La pigrizia può essere descritta come un atteggiamento alla vita, un personaggio da interpretare per “sopravvivere”.

Può rappresentare il desiderio di essere accuditi o uno scudo protettivo dai sentimenti di euforia e di tristezza, dai piaceri e dai doveri: una difesa che può eludere la consapevolezza della propria responsabilità nella scelta di essere felici. Il pigro vive l’azione come un rischio da evitare: spesso non agisce per la paura di andare incontro a fallimenti o per la fatica di evitarli. Per questo si rifugia nelle abitudini (per maggiori approfondimenti si rimanda all’articolo “L’abitudine-vestirsi di sé”) che sono controllabili, ma anestetizzano la sua spinta all’azione. Pigrizia come risposta alla paura del fallimento, dunque, ma anche del successo che spaventa ancor di più.

Quando la pigrizia è un vissuto totalizzante e rappresenta sempre la prima risposta ai desideri e alle richieste esterne, è opportuno riconoscerla come un sintomo che spesso fa da specchio ad un malessere più profondo. Non a caso, rientra fra i sintomi più comuni dei vissuti depressivi.

 In superficie, i due malesseri — pigrizia e depressione — condividono alcune somiglianze.

Hanno in comune un sentimento di apatia, una mancanza di motivazione e un’incapacità di provare piacere nell’agire. La differenza è da ricercare nei vissuti che li accompagnano. La mancanza di motivazione del pigro è caratterizzata da un sentimento di noia fluttuante, ovvero presente solo in alcune situazioni, le più faticose per l’individuo. Il vivere depressivo, invece, è contraddistinto da un’assenza persistente di motivazione all’agire: il depresso è come congelato all’azione, non riesce ad attivarsi perché attivarsi significa inconsapevolmente sentirsi vivo (per maggiori approfondimenti si rimanda agli articoli “la depressione- un viaggio tra perdite e assenze” e “La depressione- la crosta di una ferita interna). Chi soffre di depressione è incapace di provare piacere nell’agire e allora perché preoccuparsi di fare qualcosa di eccitante, impegnativo o creativo quando non è possibile provare alcuna gioia? Il pigro, differentemente, gode nel “non attivarsi”, è appagato dal dolce far niente.

È proprio nella capacità di provare emozioni che si delinea il confine fra pigrizia e depressione. Lo stato umorale del paziente depresso è il vuoto emotivo, la totale assenza di emozioni. Il pigro vive la propria passività, non come una gabbia, ma con un generale appagamento, una scelta.

 

In conclusione, qualsiasi pigrizia coltivata troppo a lungo può condurre verso lo strutturarsi di  vissuti depressivi. Metaforicamente possiamo immaginare la pigrizia come un terreno fertile in cui è stato piantato il seme “depressione”: il contesto che offre acqua a sufficienza permette al seme di germogliare rigoglioso. Sta a noi scegliere se, come e quanto innaffiare.

Permettiamoci un po’ di pioggia, proteggiamoci dagli uragani.

 

 

 

 

 

Dott.ssa Emanuela Gamba,

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emanuela.gamba@libero.it 

 

 

 

Per approfondire

 

Axt P, Axt M. “Elogio della pigrizia”,Tecniche nuove, 2003

 

Lafargue P. “Il diritto alla pigrizia”, Massari Editore, 1996

 

Miller L. (2015) “7 Reasons Why Laziness Is a Myth... but here's what may really be holding you back.” Psychology Today