L'alessitimia

Quando il corpo mette in scena l'emozione

Devo confessarvelo. La prima volta che mi accostai, quasi affascinata, al “mondo alessitimico” fu per ragioni del tutto personali. Private.  Sino a quel momento, questo mondo, lo avevo solo osservato attraverso i miei amati libri, ma, di certo, non potevo ancora sapere che di lì a poco la mia vita ne sarebbe diventata un piccolo contenitore. Si, ho avuto modo d’interfacciarmi spesso con persone alessitimiche, la maggior parte delle quali, osservavo, era di sesso maschile. Provate a immaginare di essere gli osservatori partecipi di una situazione - tipo estremamente intensa sul piano emotivo, una di quelle in cui ci si attende una risposta emotiva altrettanto “forte”. Una di quelle in cui spesso si è trovata coinvolta la sottoscritta.

 

- “Come ti senti?!?"- chiesi al mio compagno -

 

- “Tutto bene. Tranquilla” - fu la sua risposta. Sfumature affettive: non pervenute. Risposte a seguire: tutte  monosillabiche.

 

- “Sarà mica alessitimico!?" - iniziai a pensare fra me e me - 

 

Ciò non vuole affatto apparire come una discriminazione di genere, bensì vuole  semplicemente riportare un dato, secondo cui, in termini di frequenza, a presentare tratti alessitimici sarebbero più gli uomini che le donne. Ma andiamo con ordine: esattamente, cosa si intende per alessitimia? Il termine, di derivazione greca (a- lexi- thymos: mancanza di parole per le emozioni)  fu pensato da due psicoanalisti, Sifneos e Nemiah (1972), dopo lo studio delle trascrizioni letterali di colloqui con  pazienti affetti da malattie psicosomatiche classiche, nei quali rintracciarono una serie di tratti psicologici  comuni: tra tutti, spiccava un’evidente difficoltà nel riconoscimento e nell’espressione verbale delle proprie emozioni, spesso indistinte dalle sensazioni corporee ad esse associate. Lo stile comunicativo emergente dava scarso spazio al piano della fantasia, risultando complessivamente molto piatto e incolore. Anche nei disegni di questi pazienti c’è traccia di questa tendenza, poiché nei soggetti alessitimici la  funzione simbolica risulta deteriorata proporzionalmente al livello di alessitimia e  viene con ciò a mancare la capacità di rappresentare e risolvere l’angoscia. 

L’attività onirica è ridotta, così come il ricordo dei sogni al momento del risveglio: quando ciò avviene è tutto un alternarsi di incubi e pensieri razionali, una costante oscillazione fra l’emergenza di contenuti affettivi poco elaborati e la completa soppressione degli stessi. L’alessitimico non reprime, né inibisce o nega le proprie emozioni, semplicemente non trova le parole per quelle: è perciò che la persona si colloca più nell’area del deficit che in quella del conflitto.

Tuttavia non tutti i pazienti psicosomatici classici manifestano caratteristiche alessitimiche: l’alessitimia in se e per se non va intesa come un fenomeno del tipo “tutto o nulla”, considerato poi che ciascuno di noi sembrerebbe accedere - temporaneamente e in uno spazio circoscritto - ad uno stile di comunicazione relativamente asimbolico; alla luce di questo si può dunque affermare che la presenza di tratti alessitimici, ad oggi, costituisce  un importante fattore di rischio psicosomatico. Nonostante i precedenti tentativi di spiegazione univoca circa l’origine del costrutto da parte della medicina psicosomatica, ad oggi sembrerebbe ormai raggiunto un accordo sull’idea della complessità del fenomeno, in quanto plurideterminato da fattori confluenti di varia natura: genetici, neurofisiologici, intrapsichici ed educativi. La psicoanalista J. McDougall ci offre uno dei contributi indubbiamente più interessanti in tal senso, sostenendo come negli individui alessitimici le idee e gli affetti disturbanti verrebbero esclusi dalla coscienza: vista la ridotta capacità di simbolizzazione dei conflitti e la scarsa elaborazione della fantasia, l’energia contenuta “scavalcherebbe” la psiche, trovando nel corpo la sua unica soluzione di scarica, mettendo in scena un conflitto - secondo l’autrice - generatosi nella fase simbiotica della relazione madre-bambino, qui deficitaria.

In conseguenza di questo, il corpo si esprime esattamente come faceva nella prima infanzia, quando la distinzione fra soggetto e oggetto non era ancora stabile e poteva generare nel bambino un’angoscia paralizzante; ecco trovato il senso, forse, di un tentativo di difesa così estrema nell’adulto alessitimico, che grazie a ciò riesce ad arginare  il dolore psichico  legato a un oggetto (interno) materno così arcaico. 

 

 

Dott.ssa Carmela Lucia Marafioti

 

Riceve su appuntamento a Larino (CB)
(+39) 327 8526673

cl.marafioti@hotmail.com

 

Per approfondire:

 

McDougall J. Teatri del corpo. Un approccio psicoanalitico ai disturbi psicosomatici. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005.

 

Taylor G.J. Medicina Psicosomatica e Psicoanalisi Contemporanea. Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1993.

 

Solano L. Tra mente e corpo. Come si costruisce la salute. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005.