La condizione della donna

Una violenta quotidianità

Dunque. La violenza sulla donna è un tema oggi centrale ed attualissimo nel dibattito politico, sociale ma soprattutto culturale. Parlo di cultura perché la “violenza sulla donna” non è che la punta dell’iceberg, per usare una metafora cara a Freud, di un sistema sociale antropologico e primitivo, quale è il patriarcato. Sembra anacronistico parlare di patriarcato e società patriarcale nel 2015, per noi nati dopo il movimento femminista, per noi che parliamo di “quote rosa” e che pensiamo di non essere neppure sfiorati dal fenomeno. Per noi che leggiamo o sentiamo parlare di femminicidi e riteniamo che appartengono a realtà degradate e ai margini della società. Ma non è così!

Tutte le donne in realtà, anche quelle di oggi che pensano di vivere in una società che le considera al pari degli uomini e che gli riconosce gli stessi diritti, riflettendo più approfonditamente sulla propria esperienza e sulla propria condizione, saprebbero facilmente rintracciare esempi di una disparità ad oggi celata e velata dal cosiddetto “sessismo buono”, ma ben radicata e presente.

Pensiamo al fatto che guardiamo involontariamente con sospettosità una donna che si avvicina ai 35, non avendo un partner stabile né prole al seguito. Pensiamo a tutte quelle donne che, stanche di ritorno dal lavoro, puliscono la casa, preparano la cena e aiutano i figli con i compiti, e ad i loro mariti che, stanchi di ritorno dal lavoro, mangiano, guardano la televisione e vanno a dormire. Pensiamo a tutte quelle donne che fanno lo stesso lavoro dei loro colleghi uomini, con le stesse identiche mansioni, ma percepiscono uno stipendio notevolmente inferiore. Pensiamo al fatto che “avvocata” e “dottora” sono termini corretti da un punto di vista linguistico, ma che non vengono utilizzati nel gergo comune, anzi, quasi ci infastidisce sentirli pronunciare, perché al tempo del fascismo facoltà universitarie come giurisprudenza e medicina erano precluse alle donne (“i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, diceva il filosofo Wittgenstein, e questa sentenza è ancora attualissima). Pensiamo al fatto che si assumano donne a patto che firmino il “ricatto in bianco”, ovvero un foglio di dimissioni in bianco, in cui “accettano” di licenziarsi nel momento in cui dovessero rimanere incinta. Pensiamo che in alcuni paesi nelle campagne cinesi, laddove vige il controllo delle nascite (il governo permette di avere un solo figlio per coppia), nei parti in casa vengono posti in fondo al letto della partoriente due secchi, l’uno con acqua sporca, l’altro con acqua pulita: il primo servirà per annegare la figlia se femmina, il secondo per lavare il figlio se maschio. Pensiamo al fatto che abbiamo bisogno di un istituto come quello delle “quote rosa” perché non ci verrebbe spontaneo far partecipare le donne nel mondo del lavoro in ambienti finora considerati –immotivatamente- “esclusivamente maschili”. Pensiamo al fatto che se indossiamo una minigonna, buona parte degli uomini si sentirà autorizzata a darci una pacca sul sedere, perché “se non l’avesse voluta, non l’avrebbe messa”. Pensiamo a quanto sia umiliante per una donna uscire e sentirsi guardata in un certo modo, laddove ella non lo desidera, dalla maggior parte degli uomini che incontra per strada (in merito a questo tema è stato fatto un esperimento sociale, dove con una telecamera nascosta venivano ripresi il numero di molestie da parte degli uomini ad una donna che camminava tranquillamente per strada: 108 molestie in 10 ore! Qui il link al video: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/10/29/new-york-ragazza-passeggia-per-strada-e-riceve-108-molestie-in-10-ore/306356/ ). Pensiamo a quanto la società, le correnti di pensiero, la politica si siano spesi per poter decidere della gestione del corpo della donna, si siano arrogati il diritto di poter decidere al posto suo, pensiamo alle lotte per il diritto di aborto (per non parlare di quelle per il diritto di voto), pensiamo alla difficoltà per una donna di trovare anche un solo medico all’interno di un ospedale o un consultorio che non sia obiettore di coscienza e che le possa prescrivere la pillola del giorno dopo.

Molti sarebbero gli esempi da annoverare in questa rassegna, ma la finalità di questo articolo non è esclusivamente fenomenologica. L’obiettivo è cercare di fornire una chiave di lettura per comprendere le motivazioni alla base di tutto ciò. Tutti gli esempi sopracitati possono essere ricondotti al concetto di disparità, o meglio al concetto di disparità di genere. Infatti, tutti gli esempi sopracitati sottolineano che vi è un’esperienza differente in base al genere di appartenenza, che la situazione è differente se si è uomini o donne. La disparità è ciò che giustifica la violenza. Se c’è parità tra due persone, se le due persone vengono considerate sullo stesso piano, laddove venisse a mancare un accordo tra le due parti, emergerebbe un conflitto, dove entrambe le parti hanno lo stesso potere di contrattazione: tu urli, io in risposta urlo, tu rompi un oggetto, io in risposta ne rompo un altro, tu fai questo, io in risposta faccio quest’altro. Entrambi abbiamo insomma gli stessi diritti e doveri all’interno della relazione. Nella violenza è proprio questo che viene a mancare: c’è dis-parità, i due componenti hanno ruoli differenti, l’uno può più, l’altro meno; o meglio: l’uomo può più, la donna meno. Partendo da questa concezione in cui l’uomo ha più diritti della donna, è chiaro come per un uomo che ha vissuto in un ambiente in cui le cose stavano così, in cui suo padre e sua madre avevano ruoli rigidi e ben definiti all’interno della famiglia, sia difficile tollerare che la sua “moderna” compagna desideri anche lei lavorare, che a volte possa essere stanca di ritorno dal lavoro e non abbia voglia di preparargli la cena, che gli dica di stirarsi da solo le sue camicie. Il fatto che una donna non rispetti “i compiti della donna” fa infuriare l’uomo, che si sente dunque in diritto di poterla punire per queste mancanze.  Ed ecco dove nasce la violenza.

La violenza nasce da una disparità legata a ruoli di genere stereotipati e bidimensionali, residuo di una società patriarcale, fortemente radicato in ognuno di noi.

A questo punto, per non dilungarmi troppo su un tema che richiederebbe una tesi di dottorato più che un articolo con un limite di caratteri, ci terrei a sviscerare due ultimi punti e ad anticipare il lettore in una possibile obiezione al tema.

Primo. Come rompere lo stereotipo di genere? Rompere uno stereotipo non è mai facile, gli stereotipi sono indispensabili al processo di conoscenza umana, per difendersi dall’angoscia dell’ignoto e dell’imprevedibile (si rimanda all’articolo “Stereotipi e pregiudizi – Una rosa se non si chiamasse rosa”). E come per tutto ciò che deriva dall’esperienza, questo processo è difficile, ma non impossibile. Per rompere uno stereotipo è necessario decostruire il processo di conoscenza che ha portato alla strutturazione dello stesso. E ciò è possibile solo e soltanto con la diffusione di una contro-cultura, che metta in evidenza il paradosso e la sconvenienza (per entrambi i generi) della precedente e che apra alla ricerca di una nuova identità per il femminile.

Secondo. La violenza sulla donna che cosa è? Il cazzotto che fa l’occhio nero? Lo schiaffo, la spinta, il tentativo di soffocamento che lasciano segni ed ecchimosi sul corpo? Si, certo, anche. Ma non solo. Quella è violenza fisica. Ed è paradossalmente anche la più “facile” da riconoscere, quella davanti alla quale quasi (purtroppo è un “quasi” ben pensato e pesato) nessuno riesce a far finta di nulla. Purtroppo però esistono anche altre forme di violenza, che non lasciano segni sul corpo ma ne lasciano altri più in profondità, più difficili da riconoscere per la donna stessa, da far riconoscere agli altri, da provare alla società (ad esempio, durante un procedimento penale). Stiamo parlando della violenza sessuale (difficile da provare già nelle condizioni in cui lo stupro avviene da parte di uno sconosciuto –vengono addotte motivazioni come la provocazione dello stupratore da parte della vittima o la mancanza di opposizione da parte della stessa-, lo è ancor di più se a far violenza è il compagno della donna), alla violenza psicologica (come provare questa forma di violenza al mondo esterno?), alla violenza di stalking (probabilmente più “provabile”, ma dove è estremamente difficile la definizione del limite), alla violenza assistita (in realtà potremmo considerarla una vera e propria violenza diretta, che riguarda i figli che assistono alla violenza del padre sulla madre).

Obiezione. Si parla tanto di violenza dell’uomo sulla donna e poco o niente della violenza della donna sull’uomo, che pur esiste (Si rimanda all’articolo “Gli uomini vittima di stalking – Soffi di voce nel Caos”). Certamente, ma il punto è quanto questo rappresenti un fenomeno emergente. Quando parliamo di violenza dell’uomo sulla donna, le statistiche –peraltro fortemente sottostimate- parliamo di una donna su tre vittima di molestie, parliamo di una donna uccisa ogni tre giorni solo nel 2013. I numeri dunque parlano chiaro. Non che non esistano gli altri fenomeni, ma le statistiche urlano che la violenza sulla donna rappresenti ormai un’emergenza sociale.

La mia considerazione conclusiva è che risulta estremamente difficile poter dare omogeneità ad un articolo su un tema così importante, attuale e complesso in poche righe, ma forse ciò su cui mi preme focalizzare l’attenzione del lettore è: cosa può fare la società per un problema privato (la violenza sulla donna viene spesso definita come “violenza domestica”) che diventa per incidenza un problema pubblico? La questione resta aperta, ma il suggerimento che viene chi vive questa realtà dall’interno, lavorando con le donne vittime di violenza, è che risulta necessario combattere una certa “cultura” (volutamente e sarcasticamente virgolettato) con una contro-cultura, e questa battaglia riguarda certamente gli uomini, ma anche e soprattutto le donne e la loro identità ed identificazione con un genere che ha rapidamente modificato la sua identità ed è alla ricerca di una definizione.

Quando parliamo di parità, di uguaglianza di diritti, dobbiamo farlo tenendo conto della differenza tra i due generi. Uguali diritti nel rispetto delle differenze dovrebbe essere dunque lo scopo di questa battaglia. Altrimenti rischiamo che le donne, per poter essere apprezzate in un mondo tirannico e competitivo quale è il mondo del lavoro, debbano necessariamente rifarsi ad un modello maschile di potere. Modello che non ciappartiene.

 

 

Dott.ssa Giulia Radi

 

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Ogni volta in cui si avvicina il mio turno di scrivere un articolo per Il Sigaro di Freud, tantissime idee si affollano e si aggrovigliano nella mia mente, così da creare il cosiddetto “blocco dello scrittore” (non che abbia la presunzione di definirmi tale), per cui rimango ore, giorni a guardare un foglio bianco, a scrivere poche parole per poi cancellarle, ed infine avere un fortunato insight (si rimanda all’articolo “L’insight – Di come il caos diventa ordine) e sbloccarmi o, nei casi sfortunati, pubblicare un articolo di cui non sono affatto soddisfatta e che eviterò in ogni modo di rileggere in seguito. Ebbene, questa volta l’insight è arrivato guardando il calendario e la data in cui sarebbe dovuto uscire il mio articolo: l’articolo uscirà il 23 Novembre ed il 25 Novembre sarà la Giornata Internazionale contro la Violenza sulla Donna. In qualità di donna in primis, di psicologa e di operatrice presso i Centri Antiviolenza poi, è da tempo che vorrei trattare la questione da un punto di vista femminile (per un punto di vista maschile, si rimanda all’articolo “La violenza sulle donne – “Il sesso debole”, invenzione di una società patriarcale”), ma evidentemente alcune resistenze mi avevano frenata dal farlo, fino a quando non è stato il calendario a suggerirmi che fosse arrivato il momento giusto.

 

Per approfondire:

 

 

Aleramo, Sibilla. (1921) Una donna. Feltrinelli Editore.

 

de Beauvoir, Simone. (1949) Il secondo sesso. Il Saggiatore Editore.