L'arte come forma di resilienza

Ti cerco perché mi fai bene 

 

Si parla spesso della potenza dell’espressione artistica, del suo valore da un punto di vista psicologico. Freud parlava di sublimazione, quella trasformazione di contenuti interni, anche negativi, in energia creativa che da dentro va verso l’esterno e nel caso dell’arte si concretizza in un quadro, una canzone, una fotografia, una poesia...

Con l’energia psichica bisogna pur farci qualcosa che si tratti di creare, di lavorare, di sperimentarsi nella crescita individuale o relazionale. Rapportarsi con l’arte permette questo scambio tra mondo interno e mondo esterno, questo contatto. Non solo l’espressione artistica, ma anche la fruizione artistica è un fattore che permette di dare spazio ai propri vissuti emotivi. Questo aspetto risulta fondamentale in quanto l’energia psichica deve trovare spazio e modo di muoversi altrimenti rischia di implodere dentro al soggetto restituendo stanchezza psichica e fisica.

Esporsi ad un’opera d’arte che ci piace restituisce spesso un senso di nutrimento. Questa sensazione di sentirsi nutriti si può associare al rapporto con la figura della madre che si prende cura di noi bambini dandoci grande presenza tra cibo e amore incondizionato. 

 

Crescendo ci esponiamo alla relazione con l’arte sia per sentire quel senso di sazietà che per confrontarci con la molteplicità e l’imprevedibilità delle emozioni. Questo deriva dal fatto che mentre sperimentiamo la bellezza di un’opera che ci colpisce viviamo un profondo senso di rispecchiamento con il nostro mondo interno. È possibile ritrovare in una sfumatura di un dipinto o in un passaggio di una musica qualcosa di nostro e così ciò che dentro di noi si muove nel caos e nella potenza delle numerose e contraddittorie emozioni riusciamo a vederlo anche fuori dandogli finalmente una possibile e viva rappresentazione. Questa sintonizzazione può avere un effetto catartico liberatorio. La fruizione artistica permette così anche di dare spazio a uno stato interno e di far sentire che c’è posto in questo mondo per l’autenticità dei nostri vissuti. Alcuni individui in corrispondenza di momenti di difficoltà esistenziali cercano di trovare un sostegno emotivo attraverso la relazione con le opere d’arte. Questa reazione di fronte a una circostanza difficile può essere considerata un fattore di resilienza molto potente (per un maggiore approfondimento sul tema si rimanda all'articolo "La resilienza- i veri eroi sono quelli che resistono"). Consideriamo, per esempio, l’esperienza di un trauma da parte di un adolescente con poco supporto affettivo: l’esposizione all’arte può essere ritenuto un fattore protettivo per la cronicizzazione della sua sofferenza.

 

Quando guardiamo un dipinto si attivano numerosi processi cognitivi. Infatti, il processo di fruizione artistica prevede un costo cognitivo elevato. Questo lavoro della mente se non risulta eccessivamente faticoso ma “faticoso il giusto”, restituisce un senso di partecipazione attiva allo spettatore; in qualche modo il lavoro della mente di chi osserva acquisisce un ruolo fondamentale nel senso dell’opera artistica. Così a volte si sperimenta anche un forte un senso di appartenenza e di connessione.

Possiamo immaginare questo rapporto con l’arte come un ponte che collega l’inconscio dello spettatore all’opera in sé o ai simboli dell’opera e quindi in qualche modo anche all’autore e al mondo intero. In questo senso sembra avere un ruolo importante la presenza di una dose di mistero nell’opera d’arte per dare spazio allo spettatore di entrarci come meglio crede, interpretando e proiettando.

 

Quando tutto è estremamente chiaro, senza alcun segreto da svelare, spesso ci interessa meno, negando la possibilità di lasciarsi sorprendere dalla potenza dei simboli e dall’imprevedibilità delle emozioni nel piacere della bellezza. 

 

 

 

 

 

Dott.ssa Clarissa Cavallina

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Per approfondire

Gombrich, Ernst Hans, Maria Luisa Spaziani, and Livia Moscone. La storia dell'arte. Leonardo, 1995.

 

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